Alan Moore in Miti e molotov, intervistato da Margaret Killjoy

Estratto dell’intervista a Alan Moore in Miti e molotov. Interviste su anarchia e narrativa di Margaret Killjoy:

Alan: “Penso che probabilmente le storie siano più che utili: le storie sono vitali. Credo che se si esamina a fondo il rapporto fra la vita vera e la narrativa, si scopre che nella maggior parte dei casi adattiamo la nostra vita vera a storie inventate che abbiamo trovato da qualche parte. […] Che si tratti o meno di una buona idea dipende da cosa ne facciamo. Il nostro modo di parlare, il modo in cui agiamo, il nostro comportamento traggono probabilmente esempio da una storia inventata o da un prototipo. Anche se a ispirarci è una persona reale, può darsi che questa si sia ispirata a sua volta anche a modelli di fantasia. E per questo è piuttosto facile capire che in un certo senso la nostra intera vita, sia in quanto individui che in quanto cultura, è una sorta di narrazione.

È una specie di storia inventata, non è una realtà concreta e fissa: noi trasponiamo costantemente sul piano dell’immaginazione la nostra esperienza, la ritocchiamo di continuo. Alcune parti semplicemente le ricordiamo male, altre le cancelliamo deliberatamente perché non ci interessano o magari perché ci mettono in cattiva luce. Quindi rivediamo costantemente il nostro passato, sia come individui che come popoli. Lo trasformiamo di momento in momento in una specie di storia inventata, che poi è il modo in cui mettiamo assieme i pezzi della nostra realtà quotidiana. Noi non viviamo la realtà direttamente: viviamo soltanto la nostra percezione della realtà. Tutti i segnali che pulsano nei nervi ottici, o sui timpani delle orecchie: a partire da loro noi componiamo, di momento in momento, la nostra visione della realtà. Ed è inevitabile, dato che ognuno ha percezioni diverse e che i costrutti che ciascuno applica alla realtà sono diversi, che non esiste un’unica realtà fredda e obiettiva che sia solida, fissa e chiusa a qualunque altra interpretazione. Inevitabilmente, in certa misura noi creiamo una storia inventata in ogni istante della nostra vita: la storia di chi siamo, la storia del senso della vita, i significati che attribuiamo a ogni cosa.
Quindi in certa misura i racconti sono il centro assoluto dell’esistenza umana. A volte con effetti disastrosi: basta pensare alle varie storie religiose antiche – che forse all’epoca furono pensate come semplici fiabe – e a come hanno prodotto guerre devastanti fino al giorno d’oggi incluso. Ovviamente in certe occasioni le storie inventate su cui fondiamo la nostra esistenza ci conducono in territori terrificanti. Quindi, sì: credo che i racconti svolgano un ruolo straordinario, per certi aspetti più delle leggi o di qualunque altro tipo di indicatore sociologico. Secondo me è lo sviluppo delle nostre storie e dei nostri racconti a costituire la misura reale del nostro progresso. In genere mi viene da pensare che quando guardiamo indietro alla storia della nostra cultura, di solito prendiamo l’arte a misura dei punti culminanti della nostra civiltà. Non guardiamo alla guerra, al sindaco o agli avvenimenti politici positivi. Di norma guardiamo ai punti culminanti della cultura, ad esempio alla letteratura.
Quanto al rapporto fra la politica e il processo narrativo, direi che probabilmente è molto simile al rapporto della politica con tutto il resto. Quello che voglio dire, per citare la vecchia massima femminista, è che “il personale è il politico”. Non viviamo mica un’esistenza in cui i diversi aspetti della società sono suddivisi in compartimenti stagni come se fossimo in una libreria. Nelle librerie c’è una sezione dedicata alla storia, una alla politica, una agli stili di vita contemporanei, o all’ambiente, alla filosofia moderna, alle mode del momento. Queste cose sono tutte politiche. Niente di tutto ciò è scisso dal resto: tutto è mescolato assieme. E io credo che sia inevitabile che vi sia un elemento politico in tutto quello che facciamo o non facciamo. In tutto quello che crediamo o non crediamo.
Insomma, […] è ovvio che la politica non è mai stata altro che un’interpretazione. Ma detto questo, si tratta comunque di un sistema intrecciato con la nostra vita quotidiana, quindi ogni aspetto della nostra vita, compresa la scrittura narrativa, presenterà inevitabilmente elementi politici.
Suppongo che qualsiasi forma artistica si possa definire propaganda di un certo stato della mente. È inevitabile che se crei un dipinto o scrivi una storia, in un certo senso stai propagandando il tuo modo di sentire, di pensare, di vedere il mondo. Si cerca di esprimere la propria visione della realtà e dell’esistenza, e quindi si compie inevitabilmente un atto politico, soprattutto se la propria visione dell’esistenza è tanto lontana da quella comune. Ed è per questo che in passato tanti scrittori si cacciavano in guai tremendi.”

 

Alan Moore (1953-) è considerato uno dei più importanti fumettisti viventi, ma è anche un anarchico e un occultista. Quattro dei suoi libri sono diventati famosi film hollywoodiani (V per Vendetta, Watchmen, La vera storia di Jack lo squartatore e La leggenda degli uomini straordinari), tutti senza il suo permesso.

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Alan Moore in Miti e molotov, intervistato da Margaret Killjoy

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