Cosa resta del cyberpunk

Le origini: cosa significa cyberpunk?

Per chi ha un occhio sulle futilità del contemporaneo sarà stato difficile non notare che il termine cyberpunk è recentemente tornato in auge e l’ha fatto con una certa prepotenza. L’occasione di rispolverare la parola cyberpunk è l’uscita di Cyberpunk 2077 , videogioco annunciatissimo e ben rilanciato dai principali media (anche generalisti). Ma cosa significa cyberpunk? L’espressione cyberpunk ce la regala Bruce Bethke: la usa per titolare un suo racconto del 1980 (poi pubblicato nel 1983) e verrà subito ripresa per indicare questo particolare sottogenere della fantascienza cupa e distopica. La sua definizione più sintetica e compiuta rimane probabilmente quella usata da Bruce Sterling per la prefazione all’antologia La notte che bruciammo Chrome (Burning Chrome, 1986): combine high-tech and low-life; ovvero la giustapposizione di esistenze al margine ed estrema disponibilità tecnologica. Ecco cosa significa cyberpunk.

 

Cyberpunk 2077Dagli anni 90…

L’immaginario collettivo era stato fortemente colpito dalle opere cinematografiche ispirate o appartenenti al genere, soprattutto negli anni Novanta del secolo scorso. The Matrix delle sorelle Wachowski, forse la più mainstream delle opere ascrivibili al filone cyberpunk, si affacciava al nuovo millennio chiudendo una sorta di età aurea per questo tipo di fantascienza. Negli ultimi vent’anni non sono poi mancate pubblicazioni in tema ma la frequenza è certamente diminuita. Forse l’incedere delle innovazioni tecnologiche ha fatto perdere un po’ di apparente futuribilità all’immaginario nato negli anni Ottanta? Effettivamente il mondo cablato e usurato dello sprawl sembra essere lontano dalla deriva wireless-asettica degli smartphone e degli apple-store. I jack da conficcarsi direttamente nel cranio sembrano lontani dall’immaginario attuale (meno le protesi biomeccaniche, però) e tutto il genere pare avere assunto una sfumatura esotico-nostalgica, buona principalmente per veri appassionati. 

 

… Ad oggi

Gli ultimissimi anni hanno in qualche modo rilanciato il genere nella grande distribuzione: solo nel 2017 Mondadori ha ristampato Gibson, Villeneuve ci ha offerto un sequel di Blade Runner e Scarlett Johansson si è presa le accuse di whitewashing per la sua interpretazione di Motoko Kusanagi in Ghost in the shell. Negli anni successivi Netflix lancia (e distrugge) la serie Altered Carbon (2018-2020) e Keanu Reeves interpreta la rockstar-terrorista anticorporativa nel videogioco Cyberpunk 2077. Quest’ultimo coraggiosamente si porta addosso il nome di un intero modello ma a William Gibson (pressoché il fondatore del genere) non ispira granché ed Elon Musk non si sente minacciato dalla sua narrazione. 

 

Wallmazon, droni e altri scenari

In attesa di Matrix 4 (quattro! Atteso per il 2021) interroghiamo quest’opera di intrattenimento videoludico per capire che cosa rimane (o se rimane qualcosa) del primigenio spirito che animava il cyberpunk. È la componente -punk ad essere venuta meno? Può darsi che ci sia da registrare la vittoria di Tatcher-Reagan sulla lunga ondata e che punk is davvero dead? O la parte cyber- si è evoluta in maniera troppo diversa dalle aspettative e non può che essere relegata a fare da simpatico retro-future? La prima impressione è che la data, 2077, è ingiustificatamente lontana nel tempo.

 

Forse WALMAZON, l’unione di Walmart e Amazon in forma di idra a sette teste, è davvero dietro l’angolo. Droni e robot sembrano essere a un passo.


Le megacorporazioni, villain di ogni antieroe cyberpunk che si rispetti, sono così lontane? In questi giorni si assiste alla fusione di FCA e PSA (settore auto) in direzione dell’ennesimo colosso industriale; forse WALMAZON, l’unione di Walmart e Amazon in forma di idra a sette teste, è davvero dietro l’angolo. Droni e robot sembrano essere davvero a un passo dagli incubi di
Black mirror (difficili ormai da distinguere dai video promozionali della Boston Dynamics) e la società non sembra averne giovato molto: restano irrisolti i vecchi problemi del XX secolo e si aggiungono di nuovi con cadenza piuttosto regolare. 

 

Mondi immaginati, mondi possibili

L’immaginario cyberpunk era lo spauracchio di coloro che speravano in un miglioramento della società guidato dalla tecnologia sfrenata. Intelligenze artificiali impazzite (o scatenate), moderna schiavitù, limiti della contaminazione uomo-macchina, strapotere dei proprietari dei mezzi di produzione, costruzione del mito moderno, inversione di realtà e virtualità: questi i temi più cari a scrittori e sceneggiatori del genere. 
Possibile che, mutatis mutandis, il cyberpunk degli anni 80/90 sia proprio il nostro presente? Rispondere affermativamente a questa domanda sarebbe forse troppo. Ma possiamo beneficiare di un po’ di approssimazione:
Una  buona  parte  della  narrativa,  anche  di  quella  fantastica, viene scritta per illustrare attraverso metafore e allegorie la realtà concreta che viviamo. […] negli anni abbiamo imparato dalle distopie, dalla  fantascienza  catastrofica,  dall’esplorazione  di  mondi che ancora non sapevamo di star vivendo”. Così Pinche nella prefazione al nostro Miti & Molotov (Mythmakers and Lawbreakers) di Margaret Killjoy, attivista americana che ci ha raccontato cosa significa cyberpunk oggi, e cosa significava ieri.

 

(Cyber)punk is not dead

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