Michael Moorcock in MITI E MOLOTOV di Margaret Killjoy

In MITI e MOLOTOV. Interviste su anarchia e narrativa Margaret Killjoy dialoga con alcuni fra i più importanti autori e autrici anarchici di narrativa fantasy o di fantascienza per esplorare l’influenza reciproca fra idee e pratiche politche radicali e i romanzi.
Vi regaliamo per intero l’intervista con il grandissimo Michael Moorcock.

Si può tranquillamente affermare che Michael Moorcock ha scritto più libri di tutti gli altri autori che ho intervistato per questo progetto messi insieme. Il numero esatto è difficile da ricostruire, ma ho contato centootto tra romanzi, racconti e graphic novel in una sola bibliografia. E diversi di questi libri affrontano esplicitamente tematiche anarchiche. Già avevo letto alcuni dei suoi romanzi di sword & sorcery, ma qualche anno fa ho scoperto la serie A Nomad in the Time Streams e ci ho trovato una parabola sulla magia nera e una storia su Makhno e Stalin che combattono fianco a fianco (e naturalmente anche l’uno contro l’altro). Navi spaziali e anarchici: non si può sbagliare.
Moorcock ha influenzato enormemente la società moderna, sebbene per lo più in via indiretta. La rivelazione più bella l’ho avuta quando ho scoperto che è stato lui a creare il simbolo del caos che tanti miei amici si sono tatuati sulla pelle. Qualche anno fa avevo scambiato qualche parola con Michael per il primo numero dello Steampunk Magazine ed è stato un piacere poterlo fare lambiccare ancora un po’, stavolta sull’anarchia, su quel che ha realizzato e su quanto è arrabbiato con chi ha annacquato le sue idee.

Margaret: Una volta hai definito Nestor Makhno “un martire di una causa che non potrà mai essere persa ma che il mondo potrebbe non capire mai fino in fondo”. Ti riferivi, naturalmente, all’anarchia… in vari momenti della tua vita hai anche affermato di essere anarchico, e mi chiedevo se potevi dirci che significato ha questa parola per te.

Michael: Sono un anarchico e un pragmatico. Le mie posizioni etico-filosofiche sono anarchiche. Questo mi agevola parecchio nel prendere una decisione da quello che si potrebbe chiamare un punto di vista kropotkiniano. Le esperienze positive di gestione anarchica delle metropoli sono state così poche che mi piacerebbe molto assistere a un esperimento di questo tipo. Finora, a quanto pare, l’anarchismo ha funzionato bene soltanto in contesti rurali. Questo era certamente vero per Makhno. Lui mi piace perché per quanto ne sappiamo rimase rigorosamente fedele ai suoi principi anarchici.

Margaret: Con questo progetto vorrei capire che cosa significhi essere anarchici e scrittori allo stesso tempo. Che rapporto vedi tra questi aspetti, almeno nella tua vita?

Michael: I miei libri trattano di frequente di eroi aristocratici, di divinità e così via. E tutti finiscono con un commento che spesso afferma in maniera decisamente audace che nessuno dovrebbe mai servire né dèi né padroni e dovrebbe essere padrone di se stesso. Questo è un tema costante di tutte le mie storie. A livello filosofico, cerco assieme ai miei protagonisti (quando mi identifico con loro) di trovare un equilibrio fra legge e caos. Spesso i miei personaggi raggiungono questo equilibrio rifiutandosi di servire qualcosa di diverso dalla loro coscienza. I libri sono scritti naturalmente su molti livelli diversi, e quelli di cui sto parlando sono soprattutto quelli che forse tu chiami favolette, o romanzi di “intrattenimento”: narrativa popolare rivolta, mi auguro, a persone intelligenti dalla mentalità sufficientemente aperta. Credo che questi lettori compongano una buona fetta dei ventiquattro visitatori del mio sito web. Diversi di loro sono anarchici convinti.

Margaret: E personalmente come sei entrato in contatto con l’anarchismo?

Michael: Frequentando anarchici, ascoltando i vecchi del Malatesta Club che parlavano della guerra di Spagna, leggendo. Sono attratto dalle idee anarchiche da quando avevo diciassette anni. Ma mi ci è voluto un po’ di tempo per elaborare pensieri politici complessi, soprattutto grazie alla lettura di Kropotkin.

Margaret: Una delle cose per cui sei famoso è l’inclusione nei tuoi romanzi di anarchici realmente esistiti e in particolar modo di Nestor Makhno. Oltre che a rendere le tue storie tanto più coinvolgenti per chi lo conosce, a cosa pensavi che sarebbe servito?

Michael: Vorrei far conoscere i miei eroi a più persone possibile. Molti lettori mi hanno scritto che non avevano mai sentito parlare di Makhno, Bakunin, Kropotkin e gli altri e che, per dire, sono riuscito a fargli conoscere Anarchism, il libro di [George] Woodcock [sulla storia dell’anarchia].

Margaret: A proposito: devo dire che sono molto emozionata a includerti in questo progetto. Una delle prime cose che ho fatto quando ho iniziato a lavorarci è stata rileggere Starship Stormtroopers [il saggio scritto da Michael Moorcock nel 1978 sulla fantascienza politica in generale e su Robert Heinlein in particolare], che per me è stato uno dei primi impulsi a stabilire un collegamento fra l’antiautoritarismo e la fantascienza. Pensi che sia cambiato qualcosa da quando hai scritto quel pezzo?

Michael: Heinlein, come molti statunitensi, era un libertario di destra. Io ho qualcosa in comune con i libertari di destra, ma naturalmente ho molte più cose in comune con i libertari di sinistra! Credo che molti di questi libertari siano sostanzialmente autoritari, anche se rispetto chi guarda alla costituzione americana come alla legge a cui attenersi. Questo, com’è ovvio, li autorizza a portare con sé un intero arsenale di armi da fuoco. La mia obiezione a questo atteggiamento è che se non hai una bomba atomica non avrai mai la potenza di fuoco che serve per fronteggiare alla pari uno stato potenzialmente repressivo. Mi piace molto la fine del libro (libertario) di Alfred Bester La tigre della notte o Destinazione stelle [il romanzo è uscito in momenti diversi con l’uno o l’altro titolo], in cui il potere di distruggere l’universo viene messo nelle mani di ogni singolo individuo. Un’idea fantastica, ma che ovviamente non tiene conto dello psicopatico suicida che sarebbe ben felice di distruggere se stesso e tutti gli altri. Non sono sicuro che mi piaccia la prospettiva di questo psicopatico che viene messo nella condizione di annientare il mondo, però mi piace l’idea etica di fondo per cui tutti dovrebbero essere responsabili dell’esistenza del pianeta. Non penso che all’epoca in cui ho scritto quel pezzo si pensasse già agli attentatori suicidi spinti da una fede religiosa!

Margaret: Che cosa pensi di aver realizzato o che cosa speri di realizzare sul piano sociale o politico con le tue opere o in quanto scrittore di narrativa?

Michael: Ho fatto conoscere l’anarchismo a molti lettori e, stando alle loro lettere, li ho aiutati parecchio a pensare autonomamente. Lo scopo delle mie storie è permettere ai lettori di decidere da soli quale atteggiamento morale avere. Le storie del Garage Ermetico di Jerry Cornelius, per esempio, sono anarchismo puro nel loro rifiuto di “guidare” il lettore in una direzione precisa. Io cerco di mettere il materiale sul tavolo e di lasciarli decidere da soli che cosa ne pensano. Credo di avere incoraggiato i lettori a fare questo e diversi scrittori si sono cimentati in questo tipo di tecniche sotto la mia influenza.

Margaret: Sono molto affascinata dall’influsso che hai esercitato sulla nostra cultura. Per esempio molti tuoi concetti, dalla dicotomia legge-caos alle pozioni di velocità, sono stati ripresi fin dall’inizio in Dungeons & Dragons, che a sua volta ha influenzato un numero crescente di giochi fantasy. Com’è naturale, a volte si direbbe che la gente si limiti a emulare le cose in superficie senza quasi coglierne la filosofia di fondo. Tu cosa ne pensi?

Michael: Io resto deluso quando la gente accoglie le idee in maniera superficiale. La mia teoria del multiverso, per cui sono stato io a coniare il termine (senza sapere che William James lo aveva coniato per spiegare i molti modi di pensare ed essere), non era soltanto un modo facile di spiegare perché le storie di Superman erano contraddittorie. Il libro, il mio primo romanzo di fantascienza, descriveva un’idea complessa, e sono contento di potere affermare che quel concetto è stato ripreso dai fisici teorici con implicazioni alquanto più profonde di quanto non sia successo in molti fumetti e nella narrativa e nelle sceneggiature popolari. Mi irrita scoprire che qualcuno usa le mie immagini, le mie idee e i miei personaggi per far sprofondare di nuovo questo genere letterario proprio nel mucchio di stronzate che ho provato a contrastare.
I miei libri trattano sostanzialmente della fantasia e di come la usiamo, di cosa fa. Il messaggio di fondo è sempre quello di confrontarsi con la realtà. Se questi strumenti (quelli che ho creato e adattato) risultano utili in questo senso, allora tanto meglio. E comunque, quando qualcuno parte dalle mie idee o se ne fa ispirare per creare le sue opere originali, per me è una festa. Alan Moore, per esempio, mi cita come fonte, ma lui stesso può vantare un’influenza e un’originalità straordinarie. Questo mi riempie di orgoglio e mi fa venire voglia di far conoscere queste opere ogni volta che ne scopro una, proprio come sono contento quando qualcuno usa Jerry Cornelius per raccontare le sue storie e sostenere una tesi. Queste persone capiscono che, come ha osservato John Harrison, Jerry è una tecnica oltre che un personaggio. Quello che mi deprime, tra l’altro, è che libri come Madre Londra o la serie del colonnello Pyat siano classificati come fantasy. Non lo sono. E neanche le storie di Jerry Cornelius lo sono. All’inizio non la pensavano così nemmeno i critici e il pubblico. Vorrei che si capisse che questi libri sono polemici, che parlano della realtà. Non sono storie fantasy di evasione. Mi fa parecchio incazzare soprattutto quando la serie del colonnello Pyat viene definita “realtà alternativa”. Questi romanzi parlano di eventi reali, di persone reali, di questioni reali, del nostro mondo e delle responsabilità che abbiamo nei suoi confronti. Che il narratore fantastichi sulla sua mancanza di responsabilità è uno dei punti cruciali. In modo simile, ho scritto storie complesse, come la trilogia di Blood, che descrivono la struttura filosofica (se così la vogliamo chiamare) di quelli che io chiamo legge e caos. Disprezzo apertamente chi banalizza le mie idee svuotandole di ogni sostanza.

Margaret: Uno dei particolari che ho osservato in molti scrittori anarchici (come in molti altri autori interessanti, naturalmente) è l’idea dell’antieroe, che capovolge completamente la narrativa di genere. In questo modo, come hai accennato, il lettore rimane privo di una bussola morale esterna, e questo mi piace. Hai voglia di parlarne?

Michael: Io faccio in modo, mi auguro, di spingere il lettore a trovare la propria bussola morale. L’antieroe è tradizionalmente uno che si contrappone a qualunque etica acquisita, a qualunque opinione acquisita. Questo tipo di personaggio si contrappone alla società e ne rifiuta qualunque preconcetto dato per scontato. Per questo certi scrittori borghesi mi mettono a disagio anche se sono molto bravi. Per esempio le ultime opere di John Updike. Mi ricordo di una sua frase che diceva: “Avete presente l’odore delle ragazze in autunno…” e presupponeva che tutti condividano certe percezioni. Be’, io non l’ho presente l’odore delle ragazze in autunno e non so come sia crescere in un tipico ambiente borghese come quello di Ian McEwan o anche di Martin Amis. Con questa gente non ho quasi niente in comune: ho più cose da spartire con gli scrittori apprezzati anche da Iain Sinclair, come Jack Trevor Story o Gerald Kersh, che sono stati “dimenticati”, o quantomeno emarginati, dal mondo della letteratura proprio perché neanche loro hanno presente l’odore delle ragazze in autunno.

Margaret: Tu hai scritto un bel po’ di critiche sui libri fantasy e non hai mai esitato a illustrare le idee politiche che influenzano le opere di un particolare autore. Hai notato qualche tendenza politica o filosofica che si sta affermando oggi in questo genere letterario?

Michael: Io non leggo quasi mai fantasy, soprattutto quello generico, quindi non so cosa rispondere. La narrativa generica, che si tratti di romanzi sociali, storici, gialli e via dicendo, riflette quasi per definizione le norme sociali e le idee convenzionali. In genere il fantasy e la fantascienza sono vagamente liberal, alcuni tendono a destra in modo inquietante e sono scritti da autori a cui piace l’idea di tagliare la testa alla gente e così via. All’inizio mi attirava perché non era un genere definito: c’erano pochissime regole e, come nel rock and roll, se ne poteva trarre qualcosa di personale. Se fossi un giovane scrittore adesso, non avrei assolutamente niente a che fare con il fantasy.
Ovviamente c’è sempre qualche bravo scrittore che lascia la sua impronta sul genere o ne viola le regole in maniera sostanziale (Jonathan Carroll, Jeff Ford, Mike Harrison e Jeff VanderMeer sono i primi che mi vengono in mente), e alcuni di loro, Harrison soprattutto, hanno una sensibilità che definirei anarchica. Mi piace molto il modo in cui Ballard ha ricavato una forma di critica sociale crudele e originale da quella che all’inizio non era altro che una fantascienza generica di qualità eccellente. E Burroughs resta naturalmente una grande fonte d’ispirazione.

Margaret: Un’ultima domanda: ho sentito dire che hai insistito per escludere dalla sezione giovani adulti delle librerie la serie di Gor di John Norman, in cui le donne sono ridotte in schiavitù.

Michael: Ho solo proposto a Smith’s [una catena londinese di edicole] di collocare i volumi sugli scaffali più alti assieme alle altre cose che ritenevano opportuno collocare lassù. Non credo nella censura, ma penso che si debbano adottare strategie che emarginino i materiali tesi a reificare le donne e a far pensare che alle donne piaccia essere malmenate.

Michael Moorcock in MITI E MOLOTOV di Margaret Killjoy

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